Lettera per ASL e per i Giornali

lettera

Remedello, 23 Luglio 2014

E’ un canto questo, un monito, gettato a profusione in una notte di bufera urlante mentre il mondo, immerso nel silenzio, raccolto rulla, geme, sazio, saturo di colori e di forme, di sentori, di profumi e di miasmi.

Per incanto sempre si torna all’infanzia, amata, tanto lontana, tanto vicina, in cui nell’innocenza pura si guardava alla vita con fiducia, certi che nessuna nube avrebbe oscurato il cammino oltremodo, calando la mano l’avrebbe colorita, unta, di meraviglia e di stupore, di gioia e di incanto.

Chiamata, per grazia concessa, ad esser madre, nasce innato un urlo, vorace, abbacinante, dilatatore, il cui abbraccio prorompente fa volgere lo sguardo sino a sentire l’amaro e la gioia di una vita che sfuma.

Chi sono io?

Una voce nel vento, null’altro che un sussurro, rinvigorito dall’amore puro,eccelso, incontaminato, abbagliante per le mie figlie.

Primizia è la vita di Vittoria, dono grande, che se pur segnata da malattia genetica rara, tanto dona in bellezza, armonia, delicatezza se pur tra le mille difficoltà del quotidiano viver, i momenti di scoramento, di stanchezza, di sfiducia ravvivati, consolati dalla convinzione che nulla è perduto, che ogni cosa confluendo nella possente mano del Padre troverà pace e ristoro.

Meravigliosa Celeste, la mia secondogenita, arrivata per magia, desiderata da sempre, dopo dieci anni a dimostrazione di quanto la vita sempre regali generosa.

Ed è per questo che sono qui, ancora e sempre a scrivere, per lasciare una traccia, gettare un segnale, una richiesta di aiuto che non vuole e non deve fermarsi dinnanzi alla cancellata del proprio giardino ma estendersi, per divenire forza tonante, che non ammette repliche, azzardo e follia, sogno e passione, infinito amore, lacrima e riso argentino.

In una notte come questa, impellente si fa la capacità di comprendere, di lottare, lussandosi le anche, di forte rivolgere la parola a chi, messosi in ascolto le orecchie tende, distrattamente ascoltando, riponendo emozioni e pensieri in un angolo della memoria, ripescandole più tardi, nella quiete della sera.

Lo guardo, il mio gigante buono, tanto bella, tanto perfetta, imperfettamente sola in un mondo che nonostante le belle parole non permette repliche, poco concede al diversamente abile, mettendolo in una condizione di subordinazione e di emarginazione.

Non è forse questa la morte? Dolorosa e cruenta ? che l’animo fa sanguinare, che a nulla eleva, svilendo con rabbiosa freddezza?

Morte che dilaga, avanza, prorompente e folle, impossessandosi dei milioni di cuori, la cui non capacità di ascolto, di mettersi in comunione genera aridità e solitudine.

Nasce urgente l’esigenza di gettare basi, di dare un futuro sicuro, solido, a questi individui, persone non dissimili nell’essenza e nella forma, quando ahimè, venendo a mancare le figure genitoriali, dubbia si fa la loro posizione, incerta, irta di spine.

Tutti i sacrifici di una vita, le lotte, le speranze, inghiottite, svilite in un solo istante come se l’ esistenza risucchiando la linfa vitale, scemasse in intensità e bellezza.

Da madre, non posso, non voglio e non devo permettere che questo accada.

Ed è per questo che mi rivolgo, con fiducia, a voi in ascolto, affinché ascoltata possa finalmente un seme esser gettato, nella terra buona cadere, crescer rigoglioso, custodito.

Utopia sembrerebbe in una realtà civile, umana, religiosa e politica in cui sembra che ogni valore, in nome del Dio denaro, viene messo in secondo ordine, svilito alle radici.

Cosa voglio? Cosa cerco?

Le cose stanno all’incirca così.

Voglio ed esigo che le persone fragili siano tutelate per mezzo di leggi precise e definite, senza troppi cavilli, allo scopo di dar loro la possibilità, il diritto, il mezzo di poter continuare a vivere fra le mura

domestiche che da sempre li ha accolti e protetti garantendo a chi li cura di essere assistiti, sostenuti, avvallati, condotti, protetti, quando essi saranno inghiottiti dalla morte.

L’esser affidati a sterili centri sarebbe di certo morte e svilimento, perdita, caduta.

Le mani protendo, le braccia allargo, incedendo a braccia appese, cariche di narcisi, di zolla in zolla, di polla in polla, sino a mescermi con la bruma, con l’onda in spuma; divenendo ruggente attesa che esige ed attende, che pace non troverà, mai.

A voi affido queste poche, umili parole di madre, certa che nulla andrà perduto ma produrrà frutti buoni ed odorosi, dalla fragranza intensa.

Che dite, attendo?

Milena, la mamma di Vittoria e di Celeste

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