L’osteoporosi nella Sindrome di Rett: Malattia Primitiva o Secondaria?

L’allungamento delle prospettive di vita delle pazienti Rett rende oggi sempre più fondamentale lo studio dell’osteoporosi, al fine di proporre approcci terapeutici più mirati ed efficaci.

Maria Luisa Brandi
Unità Operativa di Malattie del Metabolismo Minerale e Osseo, Azienda Ospedaliero-Universitaria di Careggi, Università di Firenze

La Sindrome di Rett rappresenta un grave disordine congenito di tipo neurologico. Fortunatamente, come per altre patologie di natura genetica, la medicina ha fatto passi da gigante e i pazienti hanno oggi una aspettativa di vita più lunga con conseguente manifestazione di complicanze, che prima non avevano peso sulla loro qualità di vita.

L’osteoporosi è una delle complicanze della Sindrome di Rett, ma la sua patogenesi è ancora ignota. Gli studi condotti ad oggi dimostrano come il volume osseo sia ridotto istomorfometricamente con una scarsa attività osteoformatrice. Questo potrebbe compromettere un adeguato raggiungimento del picco di massa ossea. II peso, l’età e la dieta non appaiono fattori determinanti della densità minerale ossea in queste pazienti, né esiste rachitismo. La scoliosi, cosi frequente in questa sindrome, potrebbe trovare le sue basi eziologiche in una ridotta resistenza dell’osso, anche geneticamente determinata. Ma l’origine neurogena, vista la funzione asimmetrica dell’apparato neuromuscolare non può essere esclusa. Una possibilità di una base genetica della osteopenia-Rett è stata proposta. Il ruolo del gene MECP2 nella patogenesi della ridotta massa ossea nelle pazienti Rett deve peraltro ancora essere dimostrato. Certamente un impatto importante dei neurotrasmettitori e dei prodotti del sistema nervoso centrale con effetti periferici, anche sul tessuto osseo, sono oggi noti e l’immaturità del sistema nervoso centrale e autonomo, tipica della sindrome di Rett, potrebbe giocare un ruolo sui processi di formazione ossea.

L’osteoporosi e le fratture da fragilità, che ne conseguono, rappresentano problemi evidenziati solo recentemente per i pazienti Rett e per i quali è necessario prendere rapidi provvedimenti. Questo ancora di più in una popolazione con difficoltà a comunicare i sintomi dolorosi causati da una frattura spontanea o da gravi deformità vertebrali. Inoltre, la frattura è ancora più grave ed invalidante nelle gravi condizioni di difficoltà motorie e di non autonomia di cui questi pazienti già soffrono.
Molto è necessario fare. Ad esempio la valutazione biochimica e strumentale del metabolismo osseo non è ancora routine nei pazienti Rett e il trattamento farmacologico non è mai personalizzato, come sarebbe invece necessario. Non sono inoltre disponibili linee guida sulla gestione clinica delle complicanze ossee.

La possibilità di comprendere il ruolo delle cellule osteogeniche nel tradurre il deficit del gene MECP2 (fino ad ora non implicato nel metabolismo osseo) nei gravi disordini scheletrici tipici della Sindrome di Rett potrà contribuire a stimolare la costruzione di percorsi diagnostici e terapeutici, utili a prevenire e curare queste devastanti complicanze cliniche, con la ulteriore potenzialità di scoprire nuovi bersagli per innovativi interventi farmacologici.

La perdita di massa ossea deve oggi essere tenuta in considerazione in una popolazione di pazienti che fortunatamente ha visto allungarsi l’aspettativa di vita e che sfortunatamente non è in grado di indicare la sorgente di una sintomatologia dolorosa.

Visto che gli studi diagnostici e gli approcci terapeutici a tale patologia sono stati limitati, proporremmo di valutare a fondo: 1) La densità minerale ossea (BMD) attraverso strumentazioni DXA; 2) I parametri biochimici di rimodellamento osseo; 3) Gli ormoni calciotropi; e 4) Le correlazioni genotipo/fenotipo nelle pazienti Rett.

Queste conoscenze ci permetteranno di disegnare le terapie più adatte e di costruire un percorso diagnostico-terapeutico in una patologia osteopenizzante, ancora trattata in maniera empirica dai clinici della sindrome di Rett.

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