Il percorso con Giulia dal cielo alla terra: volare e atterrare (per cominciare ad avere fiducia nel contatto con la madre terra)

Dott. Alessandro Balzan – Counseling ad indirizzo corporeo Core Energetico
Art Counseling (musicoterapia e arteterapia)

Che cos’è la Core Energetica

La Core Energetica nasce dal lavoro di John Pierrakos, medico e psicoterapeuta americano, allievo e collaboratore di Wilhelm Reich e co-creatore insieme ad Alexander Lowen di quella psicoterapia a mediazione corporea conosciuta come Analisi Bioenergetica.

Alla fine degli anni ‘60, Pierrakos si dedicò allo sviluppo della “Core Energetics”, un nuovo approccio olistico nel campo della relazione d’aiuto, che considera l’uomo nella sua totalità, integrando l’aspetto spirituale dell’essere, con i principi della psicologia del profondo e della moderna psicoterapia corporea. La Core Energetica non si focalizza sulla risoluzione di una disfunzione o patologia ma mira alla crescita e all’evoluzione della persona verso una maggiore unificazione con la realtà interna ed esterna. La fonte di questo movimento unificatore viene chiamato Core (nucleo).

La Core Energetica è un profondo processo evolutivo che interviene sui cinque piani esistenziali della persona. Questi piani sono: Il corpo, Il piano emozionale, La razionalità, La volontà, Il Sé spirituale. Il processo è basato su una profonda comprensione dell’integrazione di questi piani e del modo in cui l’energia dà forma al corpo e alle sue parti attraverso il fluire (coscienza) o attraverso lo stagnare (incoscienza). Queste chiusure o “difese caratteriali” rimangono infatti attive nell’organismo attraverso tensioni croniche, che impediscono il naturale fluire delle emozioni e provocano patologie fisiche, limitando le risorse creative.

Sciogliendo blocchi e tensioni, obiettivo della Core Energetica è penetrare attraverso la Maschera (l’autodifesa sociale), accettando e trasformando le attitudini negative (Sé Inferiore), per poter così accedere al potenziale creativo dell’individuo (il “Core”) e all’energia spontanea dell’amore, aiutando ad orientare la consapevolezza in direzione positiva (Sé Superiore).
Il metodo della Core Energetica si applica in sedute individuali, di coppia o di gruppo, con profondo rispetto per ciascun essere umano, riconoscendone la bellezza al di là delle difese. Il processo è guidato da psicoterapeuti o counselor (nei rispettivi campi professionali di competenza) esperti in Core Energetica ed accreditati ad utilizzare questo metodo dall’Istituto Italiano dopo aver completato una lunga formazione personale e professionale.

Per approfondire il metodo della Core Energetica si può leggere il libro di John Pierrakos, Corenergetica, Ed.Crisalide, 1994, e consultare il sito internet: www.core-energetica.it

Dalla relazione su Giulia…

All’inizio…

“Giulia è una bambina di 9 anni… l’immagine che mi viene pensando a G. è quella di una libellula o di una ballerina, per la leggerezza quasi immateriale che comunica nella sua abituale andatura sulle punte dei piedi…”

Quando arrivò nel mio studio tre anni fa, soffriva di crisi epilettiche molto frequenti, perciò gran parte dei suoi giorni erano vissuti nella crisi e nei suoi “effetti”: passava giornate intere in iperventilazione (respiro rapido e affannoso) preludio alla crisi epilettica e recuperava poi in giorni di sonno le molteplici scariche vissute. La madre somministrava a G., sotto controllo del medico neuropsichiatra di riferimento, del valium nelle giornate di crisi epilettiche, che avevano effetto anche nei giorni seguenti, facendola dormire a lungo.

Il suo equilibrio personale era molto molto precario: qualsiasi cosa poteva scatenare una crisi epilettica, o quantomeno scatenava l’iperventilazione che preludeva poi alla crisi; poteva essere uno spazio con tante persone, un evento o comunque uno stimolo troppo forte per lei. Mi ricordo che nello studio, avevo dei dipinti molto colorati appesi alle pareti e quando G. entrava nella stanza, guardava i quadri e sembrava spaesata, andava in uno stato d’ansia, con aumento del ritmo respiratorio; anche i miei tentativi per farle toccare qualcosa: una materia, un oggetto, innescavano questo meccanismo…

La difficoltà di lavoro era maggiorata dal fatto che G. era molto ritirata dalla realtà (presenta diagnosi di Sindrome di Rett): camminava sulle punte dei piedi, fatto questo che la rendeva molto instabile nel camminare con frequenti cadute, a volte anche pericolose; non era disponibile a toccare nulla con le mani e non era collaborativa. Le mani erano continuamente occupate in una stereotipia: G. se le sfregava l’una con l’altra con forza, comprimendo in questo modo anche la cassa toracica e creando nella zona alta del corpo una grande tensione.

Evitava con questa stereotipia di rendere le mani disponibili al contatto con gli oggetti o con le persone e nel contempo le serviva a proteggere la zona del cuore e i sentimenti teneri ad esso connessi. Sia la parte alta del corpo con questa stereotipia, sia la parte bassa per l’andatura sulle punte, erano sempre fortemente in tensione e questo permetteva a G. di controllare, bloccando tutte le sensazioni e le emozioni presenti nel suo corpo. Quando G. entrava in uno spazio di relazione, non c’era mai un contatto oculare…

All’inizio del lavoro, qualsiasi tentativo di relazione con G., faceva scattare i suoi meccanismi difensivi; tutte le volte che cercavo di coinvolgerla in una qualche attività, per esempio quando le ponevo un cembalo con dei fagioli dentro perché li toccasse, G. non respirava più: faceva delle lunghissime apnee e in questo modo bloccava il suo “sentire” (evitava così di sentire le sensazioni e le emozioni presenti nel corpo).

Questa è la prima strategia che impariamo tutti fin da piccoli per non sentire le sensazioni spiacevoli nel corpo). Questo scatenava ancor più la sua stereotipia di sfregarsi le mani e di stringerle l’una con l’altra in modo da comprimere il torace e le spalle, bloccando così ulteriormente il respiro e le correnti di energia che salgono dalla schiena, che si esprimono nella rabbia.

Il primo obiettivo era di trovare qualcosa che per G. fosse piacevole: una attività, una materia, un colore  che stimolasse in lei un piacere, affinché ci fosse un moto di apertura verso l’attività e verso la nostra relazione. Era necessario infatti far crescere la parte di desiderio di G. di avere un contatto, di partecipare ad una relazione, ad un gioco, che stimolasse la sua curiosità affinchè cominciasse a dire dentro di sé: “ne vale la pena uscire fuori” … “ne vale la pena andare verso la realtà”… “ho provato quella sensazione e la voglio riprovare ancora”… Nel mondo interiore di G., come in ogni essere umano, non c’è solo la parte ritirata e di negazione, c’è anche una parte che dice “SI!”, che dice: “lo voglio!…”, anche se questa può essere piccola, come nel caso di G.; era necessario quindi alimentarla, farla crescere, e il piacere è la componente fondamentale che può espandere questa luce, questa apertura.

La ricerca andò avanti molto tempo e dovevo sempre confrontarmi con il suo equilibrio precario e la sua chiusura che diceva: “non voglio entrare in relazione con te, non voglio toccare nulla, NO…”; se insistevo sull’attività G. non respirava più (lunghe apnee), oppure si autoinduceva il sonno chiudendo gli occhi, ripiegandosi su se stessa e rimanendo passiva; il fatto poi di fare lunghe apnee la faceva “uscire dal corpo”, nel senso che non era più presente a se stessa e all’attività. Se cresceva la tensione si intensificava la stereotipia delle mani e il ritmo respiratorio diventava affannoso (ansia), preludio alla crisi epilettica, in quanto G. non riusciva a gestire quello che stava succedendo dentro di sé, le sue emozioni.

La crisi epilettica così come si presentava in G., mi faceva pensare ad una grossa disfunzione del processo di carica e scarica: G. per poter scaricare l’energia che accumulava “ricorreva” alla crisi epilettica; l’iperventilazione serviva ad accumulare per arrivare poi alla soglia della crisi. Dopo la crisi dormiva per lungo tempo, uno o due giorni, il tempo per ricaricarsi. Entrambi i processi erano distorti: sia quello di carica (G. non dormiva mai per fare un esempio in modo continuativo se non dopo la crisi), sia quello di scarica (la scarica poteva avvenire solo perdendo coscienza: crisi epilettica).

Era necessario che lavorassi per radicare maggiormente G. a terra con i piedi e le gambe, in modo che potesse sostenere via via maggiore energia nel suo corpo e in conseguenza spostare nel tempo la crisi (sostenere più carica). Nel contempo far sì che si aprissero nuove vie di scarica, attraverso l’uso della voce e del movimento, per sottrarre energia di alimento alla crisi, l’unica via che G. conosceva per scaricare.

Il lavoro di radicamento.

La Bioenergetica e Core Energetica hanno a che fare con il contatto dei piedi a terra (la madre terra), nel senso che si fanno esercizi per portare giù la propria energia verso il basso e per sentire bene i propri piedi a terra. Ciò aumenta il senso della propria identità (io sono qui in questo momento presente), e questo è connesso anche con il sentire cosa io voglio. L’essere radicati (avere buone radici) permette di poter sostenere via via maggiore energia nel corpo, condizione per poter muovere ed esprimere le emozioni che sono trattenute all’interno.

Lavoravo sui piedi con stimolazioni della pianta del piede con vari materiali, sempre comunque alla ricerca di una sensazione piacevole per G. in modo che potesse aprirsi maggiormente verso l’attività con me: le facevo fare delle pedipolazioni sulla pasta di pane, le facevo scivolare i piedi sulla schiuma da barba, le passavo ancora sui piedi fagioli e riso per stimolarne la pelle e il contatto. Successivamente ho cominciato a tenerle i piedi a terra sovrapponendo i miei piedi ai suoi, in modo che cominciasse a fare esperienza dei piedi a terra e del poter “sostenere” il corpo fermo in un punto: altro aspetto infatti dei suoi comportamenti è che è sempre in movimento.

Il processo di carica e scarica.

Con i piedi a terra, tenuti dai miei, cercavo di mettere G. in particolari posizioni corporee affinchè il suo corpo cominciasse a vibrare e lei potesse sperimentare l’energia che circolava nel suo corpo, per poi dilatare i tempi di esercizio (sostenere più energia e spostare così la soglia di crisi). La vibrazione del corpo è un moto spontaneo che il corpo stesso produce come movimento involontario per rilasciare una tensione muscolare (sono movimenti presenti per esempio durante il sonno). Attraverso la vibrazione, il corpo si riequilibra scaricando tensione accumulata durante la giornata (processo di carica e scarica).

Il passaggio successivo era quello di stimolare G. a sperimentare nuove vie di scarica in particolare attraverso la voce, e questo, siccome non potevo contare sulla sua collaborazione, doveva avvenire spontaneamente, cioè non in modo volontario, ma in modo incontrollato e spontaneo, quando lei non ce la faceva più a tenere e a trattenere permettendosi allora di lasciare uscire. Era la vibrazione del corpo, questo moto spontaneo che l’avrebbe aiutata a lasciare andare, ad andare oltre il trattenimento, quando lei avrebbe avuto sufficiente fiducia nel lasciare scorrere e lasciare uscire la voce, senza bloccarla come aveva “strategicamente imparato”, andando inesorabilmente in questo modo poi nella crisi (la via che conosceva per scaricare).

Il lento lavoro di radicamento mi ha permesso di vedere che, se la vibrazione nel corpo di G. era sufficientemente forte, ad un certo punto succedeva che lei non era più in grado di opporre resistenza a quello che succedeva nel suo corpo e se l’energia saliva (se la vibrazione saliva verso l’alto) e arrivava alla testa, ad un certo punto G., come se spontaneamente si levasse un tappo, lasciava uscire la voce con lamenti, brevi urletti…. L’aiuto che fornivo a G. in questi momenti in cui faceva esperienza di energia in movimento nel suo corpo, era di mantenere il corpo fluido e in movimento: G. infatti cercava di contrastare questo flusso contraendosi fortemente, il corpo diventava di marmo, e questo blocco era connesso all’esplodere della crisi: il corpo non trovando altre vie, o meglio trovando tutte le vie chiuse non aveva altra possibilità che “esplodere” (staccando la coscienza) e servirsi della crisi epilettica. Con questa strategia, cioè facendo in modo che non si “paralizzasse” mantenendola in movimento, potevo sostenere G. a superare momenti di forte tensione senza andare in crisi e a sperimentare in quel momento nuove strade: o riuscendo a contenere l’energia che stava scorrendo nel suo corpo, o a lasciarla uscire attraverso la voce.

G. ha il terrore di “lasciarsi andare”, di lasciare fluire nel suo corpo sensazioni ed emozioni e per questo deve controllare e trattenere; per questo motivo il suo corpo al tatto è talmente contratto da sembrare fatto d’acciaio.
Ciò che faccio con i bambini è di aiutarli a trovare nuove vie per il proprio equilibrio personale, più funzionali alla crescita e all’evoluzione. Il bambino quando viene nel mio studio è bloccato, qualcosa dentro di lui non fluisce, non fluiscono per esempio le sue emozioni, e questo trattenimento causa un disequilibrio, un circolo vizioso che lo blocca nella sua crescita. Può arrivare allora una malattia, una disfunzione, o possono prendere corpo delle difficoltà a livello delle relazioni, dell’attenzione o dell’apprendimento.

Seguo G. da 3 anni; il lavoro con lei è stato lento e paziente, e questa è forse la parte che mi ha più impegnato nella continua ricerca da parte mia, del rispetto dei suoi tempi che sono molto lenti.

Il lavoro di radicamento, ha permesso un grosso miglioramento dell’appoggio dei suoi piedi a terra (fatto questo che ha scongiurato un intervento ai tendini, prima quasi inevitabile per la ritrazione degli stessi a causa dell’andatura sulle punte); la sua andatura è molto più sicura e stabile, il che vuol dire che G. cade ora molto, molto raramente.

G. riesce a sostenere in questo momento molta più energia nel suo corpo con la conseguenza che attualmente ha solo un giorno al mese in cui si manifestano le crisi epilettiche e non viene più somministrato il valium. Il suo respiro è più profondo e non va più in iperventilazione. Altro fatto è che le crisi non sono più destabilizzanti come in precedenza, né per lei (dopo la crisi ha un sonno ristoratore e poi riprende la sua attività scolastica), né per la famiglia che le vive con meno ansia e angoscia.
G. è molto più presente, è molto più nella vita: si guarda intorno, guarda le persone negli occhi, sorride, usa la voce per comunicare ai genitori che si è svegliata, così loro la vanno a prendere in camera d letto, dà la mano quando cammina stringendola con forza alla mamma o alla maestra; se qualcosa non le va a volte riesce ad arrabbiarsi e lo esprime con la voce urlando o a volte anche piangendo.

Un’altra conquista importante per il nucleo familiare è che si sono riappropriati della vita quotidiana, passo fondamentale per il benessere di tutti, nel senso che G. segue la famiglia in gite, va al supermercato, va a fare passeggiate e shopping con la gioia sua e dei suoi genitori.

La testimonianza della mamma

Sono la mamma di Giulia e confermo che tre anni e mezzo fa non sapevamo più cosa fare perché eravamo entrati in un circolo vizioso: Giulia aveva crisi epilettiche ogni 5 giorni, raggiungevano la quantità di 10-15 al giorno, iperventilava in continuazione e ovviamente in quello stato non riuscivamo ad alimentarla.

Per fermare le crisi avevo inziato ad utilizzare il Valium, per via rettale, sotto controllo medico. La conseguenza era poi che dormiva per due-tre giorni. Dovevo svegliarla a forza per darle un po’ d’acqua o un po’ di minestra. Quando si riprendeva da questo torpore e sfinimento, rimaneva sveglia per un giorno o due e poi riprendevano le crisi… qualsiasi stimolo esterno faceva aumentare l’iperventilazione.

In questo stato non era possibile iniziare nessuna attività alternativa. Nonostante questo abbiamo pensato di rivolgerci alla Fondazione Stefani, di Noventa Vicentina, per provare con Giulia delle sedute nella piscina riscaldata, sperando appunto che nell’acqua cominciasse anche per lei un po’ di rilassamento. E’ stata in quell’occasione che mi hanno informato che presso il Centro c’era anche la possibilità per la musicoterapia.

Ed è così che abbiamo iniziato sia la piscina che la musicoterapia, scoprendo da subito che neppure la musica bastava a calmarla. Per questo motivo il Dott. Balzan, che ha anche la specialità in musicoterapia, ha iniziato con la “Core Energetica”, che personalmente non avevo mai sentito nominare.

E’ difficile spiegare a parole come ho visto progressivamente cambiare Giulia e non posso neppure elencare tutti i progressi fatti.

In breve però: ha progressivamente smesso di iperventilare, è sparito il bruxismo, ha ricominciato a dormire alla notte, ha iniziato a mangiare regolarmente e di tutto! Non è più dipendente dal Valium, perché le crisi compaiono una volta al mese e di notte dormendo. Piange, ride, ha una mimica “normale”. Cammina con molta più sicurezza ed ha ripreso ad appoggiare i piedi per terra, cosa che non faceva ormai da piu’ di un anno. Noi genitori abbiamo ricominciato a vivere.

Non so dove potremo arrivare con Giulia, siamo consapevoli che la malattia c’è. Quello che conta è permetterle di avere una vita dignitosa ed accettabile pur con i suoi limiti.

Credo anche nell’importanza di condividere delle esperienze positive, quando ci sono, per offrire alle nostre bambine altre opportunità di miglioramento.

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