Ricerca Base

Un consorzio di ricerca contro la sindrome di Rett

L’Airett Research Team sarà impegnato su due fronti: quello farmacologico e quello della terapia genica

Vista la scarsa attenzione da parte delle istituzioni nazionali per le malattie rare, Airett si è fatta promotrice di diverse iniziative per aiutare la ricerca sulla RTT, grazie alle quali sono state raccolte importanti somme con cui sono stati finanziati diversi progetti di ricerca sulla patologia, coinvolgendo ricercatori ed esperti sulla RTT ai quali è stato proposto di unirsi in consorzio per lavorare tutti assieme contro questa terribile malattia.

Lucia Dovigo

 

Milano, 3 Dicembre 2013 – Si è svolta presso la sede dell’IRCCS – Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, la prima riunione operativa dell’AIRETT RESEARCH TEAM, Consorzio creato da prestigiosi Istituti di Ricerca Italiani che si vedono impegnati in uno sforzo comune per studiare la Sindrome di Rett, una malattia rara, poco nota al grande pubblico, per la quale attualmente non esiste alcuna cura.
La Sindrome di Rett è una malattia congenita che interessa il sistema nervoso centrale, ed è una delle cause più diffuse di grave deficit cognitivo. Si manifesta generalmente dopo i primi 6-18 mesi di vita dopo un periodo di apparente normalità, con la perdita di tutte le abilità acquisite (cammino, parola uso delle mani).
Proprio in occasione della prima riunione dell’AIRETT Team a Milano, Lucia Dovigo, Presidente dell’Associazione Italiana Sindrome di Rett – AIRETT, ha spiegato: “Vista la scarsa attenzione che vi è da parte delle istituzioni nazionali per le malattie rare, l’Associazione si è fatta promotrice di diverse iniziative per aiutare la ricerca sulla Rett. In particolare con i fondi delle campagne sms, che hanno visto l’importante impegno del nostro impareggiabile testimonial Nicola Savino e una grande risposta da parte degli italiani, siamo riusciti a raccogliere importanti somme con
le quali abbiamo finanziato diversi progetti di ricerca sulla patologia, coinvolgendo esperti, ricercatori, con una profonda conoscenza della Sindrome di Rett ai quali è stato proposto di unirsi in CONSORZIO per lavorare tutti assieme contro questa terribile malattia”.

Il CONSORZIO è costituito da: – IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” di Milano (Prof. Garattini, Dr.ssa Borsello e Dr. Invernizzi); I ricercatori dell' Airett Research Team con i membri del direttivo AirettIRCCS Istituto Auxologico di Milano (Dr. Russo); Istituto Superiore di Sanità di Roma (Dr. Laviola); CNR, Istituto di Neuroscienze di Pisa (Dr. Pizzorusso); Università di Torino, Dipartimento di Neuroscienze (Dr. Giustetto); CNR, Istituto di Genetica e Biofisica (Dr. D’Esposito); Università degli
Studi di Siena, U.O.C. di Genetica Medica (Prof.ssa Renieri); Associazione Italiana Rett (AIRETT).

Questi Istituti di ricerca vogliono dare un segnale forte al sistema paese Italia, confermando la loro volontà di fare ricerca in un modo nuovo. Si è così formato un TEAM di ricercatori che, condividendo i risultati, i modelli sperimentali utilizzati e lavorando su progetti comuni, sperano di poter progredire
rapidamente verso una cura.

Dott. GarattiniProprio grazie alle diverse competenze, la ricerca sulla Sindrome di Rett da parte del Team prosegue in parallelo, occupandosi in contemporanea di tutte e tre le mutazioni che causano tale patologia: MECP2, CDKL5 e FOXGl.
Il Team è impegnato su due fronti: quello farmacologico e quello della terapia genica. In particolare sono state individuate alcune molecole farmacologicamente attive per condurre ricerche su animali d’esperimento al fine di far regredire i sintomi della malattia e migliorare la qualità di vita delle bambine affette.

L’IRCCS – Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, in accordo con AIRETT, è stato molto lieto di coordinare un gruppo di lavoro costituito da esperti internazionali, per essere d’aiuto alle ammalate della sindrome di Rett. Ci rendiamo conto che si tratta di una sfida importante, perchè ci si occupa di una malattia molto complessa che si presenta in modo multiforme. E’ perciò, prima di tutto, importante mettere a punto studi in vitro su cellule portatrici delle mutazioni geniche più frequenti nella sindrome di Rett, con la finalità di selezionare sostanze capaci di modificarle. In secondo
luogo, le sostanze più efficaci verranno utilizzate su modelli di topi transgenici che dimostrano uno o più sintomi della sindrome di Rett. Tutto ciò nella speranza di poter poi arrivare anche a sperimentazioni cliniche.
Un percorso difficile e lungo che il gruppo di lavoro affronta con grande speranza e determinazione.

Dott.ssa TIZIANA BORSELLO – IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” di Milano

Dott.ssa Borsello sappiamo che il suo progetto parte dal presupposto che la sindrome di Rett comporti una sinaptopatia e perciò potrebbe funzionare a scopo terapeutico una molecola che avete sviluppato per una patologia diversa, l’Alzheimer, anch’essa associata ad  un’alterazione delle sinapsi. Quali sono i primi risultati? So che ha incontrato difficoltà nelle scelta del modello murino più appropriato, quali?
Sì, francamente ho incontrato delle difficoltà, innanzitutto sulla disponibilità degli animali: comprarli è costoso e occorre attendere molto tempo per ottenerli. Al fine di studiare quale modello murino mostrasse la sinaptopatologia più importante, ho utilizzato diversi modelli disponibili presso il consorzio. Ho ottenuto i topi Mecp2 KO dal dott. Giustetto e sono rimasta sorpresa nel trovare un numero ridotto di sinapsi danneggiate, ma apparentemente i dati non sono contrastanti con quelli ottenuti dal suo gruppo ma lo sono con la letteratura. Il modello Mecp2 KO rimane però attualmente il migliore per testare l’effetto del peptide che previene la degenerazione delle sinapsi in altri modelli. Ho analizzato anche i topi del dott. Invernizzi che esprimono la forma tronca Mecp 308-/- in omozigosi: questi topi non evidenziano grossi problemi a livello delle sinapsi eccitatorie; di questo modello non intendo occuparmi perché non ritengo sia un modello ottimale in quanto non riproduce il mosaicismo presente nelle bimbe. Inoltre, il dott. Laviola ha messo a disposizione i topi con la stessa mutazione (Mecp2 308-/-) ma espressa in eterozigosi: in questo caso la sinaptopatologia che ho riscontrato è molto più lieve rispetto a quella osservata in omozigosi ed anche dei Mecp2 KO.
Ora ho fornito il peptide al dott. Pizzorusso al fine di studiare la mobilità/plasticità delle spine in vivo, questo esperimento darà importanti informazioni sulla plasticità sinaptica dei topi Mecp2 KO e sulla capacità del peptide di aumentarla in vivo. Ho ancora molti dubbi sul modello murino più rappresentativo della patologia, anche se tra quelli finora analizzati, secondo il mio parere, il migliore potrebbe essere Mecp2 +/. Una volta terminata l’analisi del modello, vorrei testare il peptide in vivo al fine di valutarne l’effetto e nello stesso tempo comprendere, in maniera più approfondita, gli eventi patologici che conducono alla sinaptopatologia. Purtroppo i tempi per la valutazione dei modelli murini esistenti è più lungo del previsto, ritengo pero’ fondamentale determinare il modello murino più simile alla malattia che sviluppano le bimbe.

Dott. D'EspositoDott. MAURIZIO D’ESPOSITO – CNR, Istituto di Genetica e Biofisica
Il vostro centro ha sviluppato alcuni modelli cellulari derivati da cellule staminali di topo, che ci dite essere ottimali per lo studio della malattia. Come potrebbero essere utilizzate dagli altri partner del consorzio? Quali altre tecnologie avanzate oltre a questa potete mettere a disposizione? Avete qualche risultato importante da riportarci?
Nel nostro laboratorio è stata disegnata modificata una linea di cellule staminali embrionali di topo in cui è stato eliminato il gene Mecp2 (Mecp2-/y). Mediante l’inserzione di un marcatore fluorescente possiamo visualizzare la formazione di neuroni in coltura. Possiamo così produrre neuroni di diversi tipi, quali GABAergici, serotonergici e dopaminergici ed astroglia, da cellule normali e da cellule che non hanno il gene Mecp2. In questo modo abbiamo un sistema semplice per studiare gli effetti della mancanza del gene Mecp2 sulla cellula nervosa e per modulare questa evenienza con farmaci. Queste cellule, recentemente pubblicate (Bertulat et al. 2012) sono a disposizione del partenariato Rett. Nel nostro laboratorio abbiamo importato da due anni una colonia di topi deleti del gene Mecp2 oltre a diversi ceppi importanti per lo studio in vivo delle funzioni cerebrali. Tali linee sono state già messe a disposizione dei colleghi.

La specialità dei laboratori affidati al dr. D’Esposito (IGB-CNR-Napoli; IRCCS Neuromed, Pozzilli) è lo studio di una particolare regolazione dell’espressione dei geni, detta regolazione epigenetica. Sappiamo, in parole povere, studiare le alterazioni della “fibra” del DNA oltre che della sua sequenza. Il DNA si modifica mediante l’aggiunta di gruppi chimici (metili, CH3: metilazione) oppure tramite l’interazione di proteine dette istoni. Il gruppo di Napoli/Pozzilli lavora da anni sulla metilazione del DNA e sulle modificazioni istoniche attraverso metodologie gene specifiche e che coinvolgono l’intero genoma.
Abbiamo poi messo a punto tecniche che permettono di visualizzare il nucleo della cellula “al lavoro” (nucleo interfasico), ed abbiamo effettuato esperimenti che hanno messo in luce il coinvolgimento di MeCP2 nella riorganizzazione di alcune strutture del nucleo (esperimenti di DNA-FISH 2D e 3D). Questa esperienza è già a disposizione dei colleghi del partenariato.

Dott. GiustettoProf. MAURIZIO GIUSTETTO –  Università di Torino, Dipartimento di Neuroscienze
Durante il convegno AIR, ci aveva illustrato alcuni dati preliminari molto promettenti a riguardo di una molecola sviluppata presso il vostro laboratorio, un inibitore di PTEN.
I topi con Mecp2 mutante mostravano un miglioramento nei test di apprendimento. Ci aveva lasciato dicendo che occorrevano nuovi test comportamentali, stabilire l’effetto dose-risposta del farmaco e le eventuali conseguenze di un utilizzo cronico. Ci può aggiornare a riguardo?
Il principale risultato che abbiamo ottenuto è stato l’individuazione di un potenziale trattamento farmacologico e l’inizio della sua valutazione di efficacia in uno studio pre-clinico per la Sindrome di Rett. Le terapie farmacologiche sperimentali testate sono in grado stimolare la via AKT/mTOR, un processo metabolico neuronale che gli autori del progetto hanno dimostrato essere ipofunzionante nei topi mutanti per MeCP2 (Ricciardi et al., 2011). In particolare, il farmaco utilizzato è un inibitore della fosfatasi PTEN e facciamo notare come dati recentissimi ottenuti nel laboratorio del Prof. Rudolf Jaenisch dell’MIT (Boston, USA), uno dei principali laboratori nel mondo che studiano la Sindrome di Rett, e pubblicati sul numero di Ottobre di Cell stem cell osservano effetti positivi dell’inibizione di PTEN in cellule di pazienti Rett riprogrammate. Gli inibitori utilizzati dal gruppo di Jaenisch non sono tuttavia utilizzabili sul topo intero e quindi il nostro approccio rimane l’unico che possa valutare gli effetti dell’inibizione di PTEN in vivo. L’obiettivo finale della ricerca è di migliorare i difetti comportamentali mostrati dai modelli murini della Sindrome di Rett (RTT) attraverso la normalizzazione dei processi di comunicazione e plasticità sinaptica. A tal fine abbiamo ottenuto i primi promettenti risultati con gli studi di questo progetto, studi che è di fondamentale importanza poter proseguire in successivi progetti.
I nostri dati hanno mostrato che:
1) è possibile riattivare in-vivo le vie metaboliche di AKT/mTOR mediante l’inibizione farmacologica della fosfatasi PTEN (phosphatase and tensin homolog) in animali mutanti per Mecp2;
2) il trattamento farmacologico è in grado di produrre un significativo e duraturo miglioramento di alcuni gravi sintomi comportamentali mostrati dai topi Mecp2-KO. A prova di ciò, il Dott. Giustetto ha mostrato che una singola applicazione del farmaco sui topi MeCP2-KO è in grado di correggerne sia il coordinamento che l’apprendimento motorio. Inoltre, il trattamento ha prodotto un significativo miglioramento dello stato di attività e del fenotipo ansioso negli animali mutanti. A questo miglioramento comportamentale era associato una normalizzazione dei livelli di BDNF, una neurotrofina con potenzialità terapeutica nella sindrome di Rett.
In conclusione, questi risultati dimostrano che la modulazione di una via metabolica neuronale implicata nel controllo della sintesi proteica è in grado di correggere completamente i deficit motori e dei comportamenti esplorativi/ansiosi mostrati dai topi modello mutanti per MeCP2.

Dott. InvernizziDott. ROBERTO WILLIAM INVERNIZZI – IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” di Milano
Lo scorso anno avete portato avanti degli studi di comportamento sul modello animale, ci sono dei risultati nuovi? Quali prospettive?
Gli studi condotti presso il nostro laboratorio hanno evidenziato un chiaro deficit motorio ingravescente con l’età nei topi femmina portatori della troncazione 308 del gene Mecp2 in forma omozigote. I topi sono stati seguiti fino all’età di 12 mesi circa, corrispondenti a quasi metà della durata media della vita del topo. Non sono invece risultate alterazioni in vari test di memoria e apprendimento a significare che in questo modello non ci sono deficit cognitivi generalizzati. Abbiamo inoltre evidenziato la presenza di alterazioni nel metabolismo della glutammina nell’ippocampo e nello striato dei topi Mecp2-308-/- Tali alterazioni biochimiche potrebbero avere ripercussioni sulla neurotrasmissione e/o sul metabolismo del glutamato, nonchè sul metabolismo energetico. La creazione di un accordo di partenariato tra ricercatori italiani col patrocinio di AIR è molto promettente al fine di facilitare lo scambio di materiali e tecnologie e il confronto scientifico. Il prossimo passo consisterà necessariamente nel cercare di stabilire se le alterazioni di glutammina cerebrale siano presenti anche in altri modelli animali di sindrome di Rett utilizzati dagli altri partner e nei modelli cellulari di origine umana. Nello specifico, accordi per lo scambio e l’analisi di materiale biologico sono già in corso tra il nostro gruppo e alcuni dei gruppi afferenti al partenariato e contiamo di avere presto nuove indicazioni sul ruolo del glutammato nella sindrome di Rett che ci permettano di indirizzare meglio gli obiettivi della nostra ricerca.

Dott. Laviola Dott.ssa RussoDott. GIOVANNI LAVIOLA/Dott.ssa BIANCA DE FILIPPIS – Istituto Superiore di Sanità di Roma
Sempre al convegno di maggio, ci avete esposto i risultati molto promettenti sull’utilizzo della neurotossina CNF1. In quella sede era appena stato tentato un approccio che consentiva il passaggio della tossina attraverso la barriera ematoencefalica utilizzando uno zucchero, il mannitolo. Ci sono dati definitivi, questo sistema può funzionare?
Quali saranno le fasi successive della vostra ricerca ora?
Abbiamo dati che dimostrano che in topi normali non mutanti il CNF1, quando somministrato endovena insieme al mannitolo, un diuretico osmotico che induce una temporanea apertura della barriera ematoencefalica, effettivamente raggiunge il cervello ed attiva le Rho GTPasi, note molecole bersaglio di questa proteina batterica. Degno di nota è il fatto che il mannitolo è largamente utilizzato in pratiche cliniche che richiedono la temporanea apertura della barriera ematoencefalica, suggerendo quindi la elevata traslazionalità di questo approccio. Ulteriori studi sono tuttavia necessari prima di poter affermare che tale via di somministrazione è efficace.
Nello studio condotto, infatti, gli animali sono stati sacrificati a 4 ore dalla somministrazione endovena di mannitolo e CNF1. Nei prossimi studi, dovremo quindi valutare se tale somministrazione, a differenza della somministrazione nel cervello, produce effetti indesiderati. A tale scopo, monitoreremo la salute generale degli animali a distanza di 24 ore, 1 settimana e 1 mese dal trattamento endovena. Agli stessi intervalli temporali valuteremo inoltre marcatori di tossicità e di attivazione del sistema immunitario per escludere che la somministrazione periferica della tossina possa innescare reazioni non note.
Se questi studi in topi normali produrranno i risultati sperati, passeremo alla valutazione dell’efficacia terapeutica della somministrazione periferica in concomitanza del mannitolo in modelli murini per la sindrome di Rett, con l’obiettivo di stabilire se tale via di somministrazione del CNF1 presenta un potenziale terapeutico comparabile a quello già dimostrato per la somministrazione diretta nel cervello. A questo scopo adotteremo lo stesso protocollo sperimentale e gli stessi endpoints (comportamentali e neurobiologici) da noi precedentemente investigati in seguito a somministrazione intracerebroventricolare, ai quali verrà aggiunta la valutazione costante dello stato generale di salute.
Oltre a procedere nella valutazione di questa nuova via di somministrazione le fasi successive del nostro progetto prevedono l’estensione dello studio degli effetti del CNF1 ad un secondo modello murino per la sindrome di Rett, per corroborare i dati promettenti fino ad oggi ottenuti. In particolare ci focalizzeremo sulle femmine, il genere più colpito da questa invalidante patologia. Procederemo inoltre nella valutazione degli effetti del CNF1 su domini comportamentali ed alterazione neurobiologiche fino ad oggi mai investigate (ad esempio su misure di plasticità sinaptica) e porteremo avanti la ricerca delle basi molecolari che sottendono gli effetti benefici della tossina sul modello murino per la sindrome di Rett.

Dott. PizzorussoProf. TOMMASO PIZZORUSSO – CNR, Istituto di Neuroscienze di Pisa
Abbiamo sentito che presso il suo laboratorio sono disponibili tecnologie d’altissimo livello per studiare in vivo la formazione e la maturazione delle spine dendritiche e che queste tecnologie sono state utilizzate anche per studiare gli effetti del farmaco presentato dal dott Giustetto. Potrebbe spiegarci meglio cosa siete in grado di fare e le possibili applicazioni all’interno del partenariato?
Molti studi convergono nell’indicare che la sindrome di Rett, così some molte altre neuropatologie dello sviluppo, sono causate da alterazioni presenti a livello delle sinapsi. Nel nostro laboratorio siamo in grado di osservare i cambiamenti delle sinapsi in modo continuo nel tempo e senza perturbare la struttura del cervello. Mediante questa tecnica possiamo quindi osservare le alterazioni sinaptiche presenti nei vari modelli di sindrome di Rett mentre si sviluppano e allo stesso tempo valutare l’azione dei trattamenti volti a migliorare i sintomi. Un primo esempio è proprio il farmaco testato dal Dr. Giustetto per cui abbiamo osservato un’azione di protezione della sinapsi che diventano più resistenti alla retrazione e quindi più stabili. Utilizzando questo approccio potremmo quindi valutare l’efficacia a livello sinaptico dei vari trattamenti attualmente in studio, od ancora in sviluppo, all’interno del partenariato.

Dott.ssa RenieriProf. ALESSANDRA RENIERI – Università degli Studi di Siena, U.O.C. di Genetica Medica
Qualche anno fa grazie al finanziamento ottenuto con una campagna sms per AIR abbiamo finanziato lo sviluppo presso il vostro centro di linee di iPSCs, cellule che dovrebbero costituire un modello molto vicino ai neuroni delle pazienti, visto che sono derivate dalla cute delle pazienti stesse. In quali ricerche sono state applicate? Ci sono dei risultati importanti?
Le cellule iPS rappresentano il modello cellulare più vicino possibile ai pazienti. Inducendo a differenziare tali linee si può riprodurre in vitro il differenziamento da cellule staminale a neurone passando per i precursori neuronali e dunque ripercorrere le tappe “semplificate” della differenziazione e sviluppo neuronale prenatale e postnatale nell’uomo. Con i nostri studi abbiamo dimostrato che in tale passaggio vi è l’alterazione di un recettore postsinaptico che appartiene alla famiglia delta dei recettori inotropici del glutammato (il gene si chiama GRID1 e la proteina codificata GLUD1). Tale alterazione è presente nelle cellule iPS, nei precursori neuronali e nei neuroni derivati sia da pazienti mutati MECP2 che da pazienti mutati CDKL5 indicando la possibilità di un punto biologico chiave e comune alle due malattie, che hanno peraltro molte caratteristiche simili sul piano clinico. In particolare le cellule iPS hanno una riduzione di tale recettore, mentre i precursori neuronali e nei neuroni hanno un aumento. Esiste un modello murino KO di GRID1 che dimostra un fenotipo autistico. Il passaggio da sottoespressione di GRID1 a sovraespressione potrebbe spiegare la fase autistica transitoria presente nelle bambine affette da sindrome di Rett. GLUD1 legandosi alle neuroxine induce il differenziamento presinaptico gabaergico o glutammatergico a seconda delle regioni cerebrali. In sintesi la disregolazione spazio temporale della trasmissione glutammatercica e gabaergica, dimostrata in molti lavori precedenti, potrebbe passare attraverso l’alterazione di GRID1 che potrebbe pertanto diventare possibile bersaglio di nuove strategie terapeutiche.
Il risultato di tali studi è stato accettato in questi giorni sulla prestigiosa rivista Eur J Hum Genet. Il lavoro scientifico verrà pubblicato a breve.

Dott.ssa RussoDott.ssa SILVIA RUSSO – IRCCS Istituto Auxologico di Milano
Il suo laboratorio ha avviato uno studio sulle bambine con diagnosi clinica di sindrome di Rett, ma senza nessuna mutazione nei geni conosciuti come causa della malattia.
Avete identificato qualche gene malattia in queste bambine?
Sì, abbiamo preso in considerazione due gruppi di bambine con diagnosi clinica di Rett, 20 avevano una forma classica o variante di Rett, 8 erano caratterizzate da insorgenza precoce dell’epilessia quindi appartenenti al gruppo CDKL5 negative. L’esperimento che abbiamo eseguito identifica un numero elevatissimo di varianti e la maggior parte del lavoro consiste nello scegliere quelle che a nostro avviso sono mutazioni causative. Abbiamo iniziato il nostro studio a partire dai geni che erano già stati riportati in letteratura come causa di patologie neurologiche.
Pensiamo di avere trovato la diagnosi in 3 bambine, i geni interessati sono SNC2A (un canale del sodio, per cui sono state descritte mutazioni in pazienti con epilessia ed in pazienti con ritardo cognitivo, ma non era mai stato associato alla sindrome di Rett), STXBP1 (una proteina coinvolta nella trasmissione sinaptica), SCN8A, un altro canale del sodio implicato in forme di epilessia. La mutazione in quest’ultimo gene è stata trovata in una paziente con epilessia precoce e farmacoresistente. In altre 10 pazienti abbiamo identificato varianti in geni non ancora descritte come geni malattia, ma con funzioni importanti, quali recettori del glutammato, acetilcolinergici e GABAergici.
Ci avvarremmo del partenariato, per studi funzionali che ci permettano di capire se queste mutazioni sono all’origine della sindrome di Rett in queste pazienti.
Per quanto riguarda il progetto condiviso con la dott.ssa Borsello il nostro ruolo era studiare se esiste e qual è l’interazione tra MECP2 e le JNK1, JNK2 e in particolare JNK3, molecola bersaglio del peptide da lei sviluppato.
Lo studio è stato condotto su un modello cellulare, linee SK-NBE (2)-c e SH-SY5Y, transfettate con diverse mutazioni di MECP2. È stata comparata l’espressione delle tre proteine, nelle cellule mutate e normali. Gli esperimenti sono stati eseguiti in diverse condizioni, inducendo la differenziazione con acido retinoico ed inducendo lo stress ossidativo si osserva come atteso un significativo aumento delle JNKs, ma non si osserva differenza tra le cellule che esprimono MECP2 normale e MECP2 mutato. In conclusione non sembra da questi studi che JNK sia un target diretto di MECP2. Abbiamo voluto valutare l’espressione delle JNK in linee cellulari ottenute dal sangue delle pazienti. In questo caso si è osservata un’aumentata espressione delle JNKs nelle pazienti rispetto ai controlli pediatrici sani. Potrebbe essere la conseguenza di un aumentato stress ossidativo, riscontrabile nelle pazienti. L’inibizione di questi alti livelli di JNK potrebbe quindi svolgere un effetto terapeutico.